Vorrei non dover scrivere queste parole per spiegare questa nuova forma, ma temo di non essere capito.
"Dialoghi immaginari" è abbastanza auto-descrittivo? Mi sono spiegato abbastanza?
– Come va?
– Mi sento povero
– Povero? Perché?
– Mi manca il sapere. So poche cose.
Vorrei sapere di Socrate, Platone, Seneca. Anche di Eulero, di Gauss,
di Gödel. Vorrei sapere
come funziona un corpo umano, vorrei sapere cos'è la materia, vorrei
capire la relatività.
– Beh, io so alcune di queste cose, e
ti dico che non ti serve sapere tutto questo.
– Non è vero. A me serve.
– No, non serve.
– Ok, potrebbe non servirmi. Ma per
non sentirmi povero dovrei almeno saper fare bene qualcosa. Non so,
essere bravo a programmare... O qualcosa che non riguardi il lavoro,
come essere capace a parlare...
Visto il mio precedente post, non
dev'essere difficile identificare quale tra i due sono io.
Commento qua tenendo in considerazione anche l'altro: condivido in toto, dal "vorrei" all' "io", nessuna virgola esclusa.
RispondiEliminaIn particolare ho sussultato a " per non sentirmi povero dovrei almeno saper fare bene qualcosa". Dio, da quanto provo questa cosa. Io non so fare niente. Conosco un discreto numero di informazioni, difficilmente resto zitto in una discussione perchè se so intervengo, se non so chiedo. E tuttavia sono consapevole, meglio, avverto ogni giorno che passa di più la mia totale vanità, cioè la mia esistenza attualmente non ha uno scopo e non ha un fulcro, un perno. Da quando mi sveglio a quando torno sotto le coperte faccio una serie di cose, di azioni, che definirei quasi "compiti": funziono ad assegnamenti, non ho un'iniziativa interiore, non c'è qualcosa da cui posso partire, per cui tutto si limita a riempire il tempo.
Magari non c'entra molto con questa tua riflessione, ma ho invece la sensazione che sia una cosa del genere che ti manchi, al di là che si tratti di conoscenza o di capacità, perchè in fondo sapere le cose di per sè è inutile, assume un significato nel momento in cui la propria essenza, intesa come il proprio interesse primario, diventa un punto centrale della propria esistenza, penso a un direttore d'orchestra, un cuoco, un artista. Persone che fanno della propria passione la propria vita, mentre io di passioni non ne ho.
Non tutti fanno della propria passione la propria vita. I nostri padri forse non lo fanno, e sicuramente non lo facevano i nostri nonni. Prendendo spunto da una frase del Dr. House, "la gente fa quello che trova", ovvero fa il lavoro che trova. Voglio dirti che il non avere passioni non ti nega la possibilità di saper fare.
EliminaRidurci a fare una cosa per abitudine è brutta cosa. Ma magari lo penso adesso che sono uno studentello pigro e sognatore.
Se fai come me, e continui a cercare il sapere, magari un giorno ti imbatterai in qualcosa di molto interessante, tanto da spingerti a cambiare la tua vita.
-- saggi e incapaci --
Sì e no. La frase del dr House è un buon emblema non delle persone ma del mondo di oggi, una volta più di ora una passione era un motore sufficiente a renderla una carriera (penso ai grandi nomi di oggi, un Jobs o Gates qualunque), ora è diverso, ora bisogna ringraziare se si trova quel minimo che serve ad arrivare alla fine del mese, e in questo mondo spazio per le passioni non ce n'è, e questa è la realtà.
EliminaPoi potremmo scalare un gradino e vedere nello specifico qual è la passione di una persona, o se c'è. Io attualmente non ne ho, e preferirei averla e non poterla coltivare, come magari alcuni giovani d'oggi, piuttosto che non averla e quindi non poterci nemmeno provare, come sono messo io. E il fatto che avverta questa condizione ne è testimone, quello che mi manca in questo periodo della mia vita è un "fuoco dentro", qualcosa (o qualcuno) che mi faccia svegliare felice di vivere un altro giorno, e non una grigissima esistenza alla Orwell.
Non entro molto nella discussione "passione = capacità", perchè penso che se anche un appassionato d'arte non ha le mani di Giotto può comunque godersi la sua passione, nel suo piccolo, nel suo mondo. Io non ho nemmeno quello.
Oppure vuoi sapere per sapere (esempio: io voglio sapere la fisica ma odierei lavorarci. odierei "applicarlo". la fisica e la matematica sono per me l'apice della curiosità, ed entrambe brillano e scoppiano di considerazioni, teoremi, frasi, pensieri, totalmente INUTILI. certo, bisognerebbe anche definire il termine "inutile", su questo potremo dialogare per sempre, immagino).
RispondiEliminaLa conoscenza fine a se stessa è la più bella perchè non è dettata da un fine utilitaristico (esempio: ciò che si apprende in funzione del lavoro) ma semplicemente è dettata dal nostro amore (per la conoscenza, nella fattispecie).
Manca di utilità però? non credo. ha un'utilità fondamentale che ben pochi altri elementi hanno nella nostra vita: servono a farci sentire vivi e pulsanti e attivi.
certo, se la passione nasce da sola e poi ci si finisce per lavorare, di sicuro si ha la fortuna di fare un lavoro che realmente abbiamo scelto. ma ritengo moolto importante la parte astratta.
D'accordo.
EliminaNel mio dialogo immaginario, il mio interlocutore non crede che questo "sapere per farci sentire vivi" abbia un senso; ed anzi, mi dice che non serve. Questo "servire" dovrebbe essere, in una visione pragmatica, l'utilità nella vita, nella fattispecie un lavoro.
Sì e no. Sapere può, non deve, essere una risposta, a prescindere dall'utilità, dai soldi che porta a casa. Un appassionato di letteratura può anche fare l'imbianchino, ma se quando torna a casa la sera è felice di leggere il suo libro, quello sarà un uomo felice. Certamente sarebbe più felice di essere un critico o un insegnante, ma la gerarchia delle possibilità è "lavoro ideale + passione" > "lavoro random + passione" > "lavoro ideale - passione".
EliminaIn altre parole, passione > lavoro, ma ci deve essere.