15 dicembre 2011

Ascolta. Leggi. Racconta.

Adoro sentire storie. Storie di vite.
Raccontarle anche, ma il mio forte senso critico danneggia il risultato finale. Sono un maniaco dei dettagli. Voglio essere chiaro. E abuso di digressioni.

Natale, a naso.

Tutti gli anni, nel periodo natalizio, esco sul balcone, e lì mi fermo un po'.
Non so se è una cosa reale o è solo un'interferenza mentale (una sorta di condizionamento psicologico, un'allucinazione), ma sento proprio l'ODORE DEL NATALE. Lo sento. Col naso.
E io non ci credo molto allo spirito natalizio.
Però il freddo della seconda metà di dicembre è particolarissimo. È pungente, ma non fastidioso. E odora di natale.

8 dicembre 2011

Nient'altro che un'ombra


Eravamo rimasti al punto in cui spendevo più di 100€ per un paio di articoli per fumatori.
Lo scritto del precedente post è solo una “storiella” (un pezzo della mia vita!), ora scriverò cose più interessanti, che coinvolgano i più.

Non ho scritto un passaggio fondamentale, cioè non ho scritto come ho fatto a passare dal “provare” al “fumare abitualmente”.
Prima di scrivere qualsiasi altra cosa, devo dire che alle elementari sono stati organizzati alcuni incontri di sensibilizzazione sul fumo. Messaggio: fa male. Mi sarebbe piaciuto che non si fossero fatti scrupoli a dire a dei bambini che “il fumo uccide”. Però probabilmente si sono contenuti pensando che i bambini con genitori fumatori si sarebbero agitati troppo.
Questo era per dire che quando ho cominciato sapevo bene che i miei polmoni si sarebbero riempiti di merda chimica e cancerogena. Ci ho pensato un bel po'.

Ricordo che quando pensavo se continuare a comprarmi le sigarette avevo deciso di diventare membro del club Facciamoci Del Male con l'unico scopo di socializzare meglio. Non si trattava di “se mi vedono fumare saranno più disposti a socializzare”, ma “fumare mi fornisce le occasioni per socializzare meglio”.
Beh, per i primi 2 anni ha funzionato.
Con l'aiuto delle proprietà psicotrope della nicotina questo proposito si è realizzato. Ma rimaneva ben chiaro nella mia mente che finché ci sarebbe stato bisogno di imparare a rapportarsi con altri esseri umani, avrei avuto bisogno ANCHE della pausa sigaretta.
Ma avere l'occasione non basta. Io rimanevo lo stesso. Ancora incapace di socializzare
A questo riguardo collego due esperienze di stage durante le quali non ho saputo approfittare delle varie pause sigaretta per stringere una qualche relazione con gli altri stagisti. Darei la colpa alla differenza di età, ma credo che avrei potuto superarla facilmente, visto il carattere interessante di quei laureandi in informatica.


Verso la fine di questa esperienza, avevo elaborato i motivi per cui fumavo. Ossia, perché continuavo a fumare.
  1. Socialità.
    Avevo incominciato per socializzare meglio, e ho continuato a farlo per lo stesso motivo.
  2. Noia.
    Accendersi una sigaretta è un ottimo modo per “staccare”. Nei momenti morti ho qualcosa da fare, visto che non mi piace stare fermo con le mani in mano.
  3. Immagine.
    La sigaretta alla bocca o tra le dita fa figo. Anche io volevo fare figo, anche se non mi è mai interessato più di tanto.
  4. Voce.
    Avevo sentito che fumare danneggia in qualche modo le corde vocali, e l'effetto era un abbassamento della voce. Siccome odio la mia voce, è stato uno dei motivi più forti per cui ho cominciato.
  5. C'è un altro motivo per cui fumavo. É segreto, non credo che lo dirò mai a nessuno.


E dunque, perché ho smesso?
Sento molte persone dire “smetto quando voglio” cercando di rispondere alle accuse dei non-fumatori riguardo alla dipendenza. Io non ho mai sentito il bisogno di dimostrare (neanche a me stesso) che posso smettere. Se volevo lo facevo. In fondo non ero messo male come alcuni miei (ex)compagni di classe che se non fumavano ad ogni ora (nascondendosi in bagno!) iniziavano a dare di matto.
Non ho mai voluto smettere, perché non avevo nessun motivo per farlo. Fino a quando mi sono messo con una ragazza, la quale non riusciva a nascondere molto bene il fatto che non apprezzasse questa mia abitudine. Vederla rattristarsi ad ogni sigaretta non era esattamente quello che volevo per lei, allora ho cominciato a prendere in considerazione l'idea di smettere. In fondo mi sembrava un piccolo gesto per ripagarla del suo incomprensibile interesse per me.
Inoltre avevo notato un notevole calo della capacità polmonare (giocando a calcio sputavo pezzi di polmone per pochi minuti di corsa) e temevo minori prestazioni sessuali. Come se non bastasse, iniziavano a scarseggiare i soldi. Per me erano sufficienti come motivazioni.

Serve un buon motivo per smettere di fumare? Sì, è fondamentale.
Una signora che rimane incinta farà di tutto per smettere. Non credete di non avere motivi per smettere. Tutti i fumatori hanno almeno 10 buoni motivi per smettere. In comune, hanno questo: il fumo uccide.
Manca la forza di volontà.
In teoria, qualsiasi motivo per smettere è migliore del motivo per cui si ha cominciato. Senza raccontarci balle: sappiamo tutti che chi comincia lo fa perché pensa sia figo. Ora, sapendo che ogni fumatore è consapevole, e colpevole della sua 'condizione' questo autorizza i non-fumatori a chiedere loro perché non smettono.

La difficoltà è relativa. Dipende dalla persona. Io non ero molto assuefatto perché mi sono sempre contenuto nell'accedermi sigarette. E con pochi, ma giusti motivi mi sono convinto a smettere piano piano. Diminuisco il consumo giornaliero, evito di fumare in presenza alla mia ragazza, e mi compro cartine, tabacco sciolto e filtrini. Rollarsi le sigarette è una bella noia, soprattutto quando si è all'aperto. Per lo sbattimento di perdere tempo per una sigaretta, che tra l'altro si spegne ogni 10 secondi, e anche per la mancanza di soldi, mi è venuta ancora di più voglia di smettere.
Per chi è messo male, ci sono farmaci apposta come cicche e cerotti alla nicotina. Ripeto: manca solo la forza di volontà. Se volete smettere, mettetevelo in testa e siate pronti a soffrire un po'. Il fulcro è capire che davvero volete smettere. E che lo fate seriamente, per un ottimo motivo.

5 dicembre 2011

L'ombra del Fumo


Recentemente qualcuno mi ha detto “finisco questo pacchetto e poi smetto”. L'ha detto a me perché sa che io ho smesso. Forse cercava il mio consenso, la mia stima, o un mio consiglio. Il mio consiglio è stato “non smettere così bruscamente, non ci riuscirai. Piuttosto finisci le ultime sigarette piano piano” “no, è meglio se la smetto subito”. Non c'è riuscita. In realtà credo che non ci abbia nemmeno provato.

Questo evento mi ha spinto a scrivere qualcosina sull'argomento.
Nonostante la mia età, ho fatto in tempo a cominciare e a finire.

Dividerò quello che ho da dire sul fumo in due post.
Nella prima parte (questo post) scriverò come ho incominciato, le mie esperienze. Nei prossimi giorni pubblicherò delle considerazioni generali sui danni, sul come ho smesso, ed altro.


La mia prima sigaretta l'ho fumata per curiosità nell'estate del 2007 (avevo 17 anni) di nascosto, da solo, sul tetto della casa di mio zio. Mio zio era l'unico in famiglia che ai tempi fumava. Gli ho preso una sigaretta dal pacchetto che aveva lasciato incustodito, ho preso l'accendino e sono salito sul tetto, dove avevo tutta la privacy che volevo. Accendo la sigaretta. Era una Marlboro rossa. Solo molto dopo scopro che sono piuttosto forti. Non ero capace di accenderla aspirando, quindi la accendevo in mano. Chiudevo gli occhi per non lacrimare, tiravo un po' senza aspirare e poi soffiavo via. Poco fastidio al naso per l'odore, per il resto non era male. Il sapore di nicotina e l'aroma del buon tabacco Marlboro mi piacevano (ma non troppo) per tutto il tempo che mi rimanevano sulle papille gustative. Ma non potevo lasciare tracce della mia azione illegale. Così bevevo un po' di acqua, o latte, e poi mi lavavo i denti.
Piano piano incominciavo ad abituarmi all'odore, al sapore, alle sensazioni. La mia intenzione non era iniziare a fumare, bensì provare l'esperienza. Dopo qualche sigaretta fumata “male” ho iniziato a fare sul serio: aspiravo il fumo. Come tutti i non-fumatori ho reagito tossendo. Non finivo le sigarette perché mi sembrava di morire.
Dopo quell'estate non ho fumato più. Fino all'anno dopo, quando dopo una piacevole esperienza con la scuola a Barcellona decisi di non dire di no ai compagni di classe che mi chiedevano di andare in cortile a fumare. Al tempo, la mia risposta alla domanda “fumi?” era cambiata da “no” a “solo se mi offrono”.
Questo implicava non comprare pacchetti di sigarette, e fumare per il solo piacere di farlo, o per il piacere della compagnia. O entrambi.
Ho iniziato a notare che non fumavo con la stessa scioltezza delle altre 30 persone che si fermavano a fumare nel cortile della scuola. Precisamente facevo ancora fatica ad aspirare fumo. Mi dava ancora fastidio, e soprattutto non riuscivo ad “aprire bene” i polmoni. In pratica trattenevo il fumo in bocca per un secondo e poi aspiravo.
Per acquisire più disinvoltura nell'atto avevo deciso di comprarmi un pacchetto da fumare da solo a casa. Quasi come per fare pratica. Quella vera.
Un anno prima ero rimasto impressionato da un dialogo sentito in un ristorante, riguardo alle marche di sigarette: le Lucky Strike, si diceva, erano le sigarette degli artisti.
Con la mia solita curiosità avevo deciso di scegliere proprio questa marca, e con soddisfazione scoprivo che era la miglior sigaretta che si potesse fumare. Non credo che chi non abbia mai fumato possa capire, ma ogni marca utilizza una varietà di tabacco e un metodo di lavorazione tutto suo, e di conseguenza ogni sigaretta ha il suo aroma. Ecco, il mio preferito, era quello delle Luckies, che vanta la tostatura del tabacco.
Ancora occasionalmente, andavo in cortile a fumare, ma quando volevo io, e senza dover farmi offrire niente. Anzi, ero io che offrivo (a dir la verità mi scroccavano...).
Per mio sfizio avevo comprato anche un accendino Zippo Blu a gas con fiamma concentrata¹ facendolo ordinare da uno dei pochi tabaccai che accettavano questo tipo di ordinazioni. Successivamente anche un accendino Zippo a benzina.
I miei Zippo sono un vanto per me, ma ora che non fumo più sono solo il ricordo dei soldi che ho speso in quei giorni.

Se volete sapere perché ho smesso, come ho smesso ed altro, leggete il post seguente.



¹ figata assurda: la fiamma sembra quella di una fiamma ossidrica, e l'impressione è quella di accendersi una sigaretta con una spada laser!


19 novembre 2011

Avido, io?


Quando ero piccolo mi regalavano figurine, matitine, pezzi di merendine, ed altre cianfrusaglie che possono avere i bambini. Io accettavo sempre benvolentieri, e mi tenevo stretto quello che ricevevo.
Non ho mai notato, fino a pochi anni fa, che io non ho quasi mai fatto un regalo a nessuno. E non solo, non ho mai neanche dato piccoli oggetti che possono essere considerati doni, come, ad esempio, un morso del mio panino o un sorso della mia lattina di coca. Nemmeno come segno di riconoscenza per eventuali favori ricevuti. Il tutto quasi inconsciamente, senza pensare che potrei offendere qualcuno con la mia sorta di “avidità”.
Ricercando nel passato la ragione di questa deviata abitudine, mi viene sempre, automaticamente, da pensare alla mia educazione.
La mia opinione è che i bambini siano troppo stupidi per pensare autonomamente, per questo intervengono le figure dei genitori, con i loro consigli sempre giusti (con valenza di legge).
Sostanzialmente, se non ho connaturata una sorta di generosità verso i miei prossimi è colpa dei miei genitori.
Pensandoci bene, ricordo abbastanza distintamente mia madre che mi diceva di non dare niente a nessuno. Non era un insegnamento cattivo, se ci pensate. Lei voleva prevenire eventuali furti o smarrimenti o dimenticanze delle mie cose, che eventualmente lei avrebbe dovuto ricomprare.

Per fortuna ora sono abbastanza grande da poter pensare autonomamente e con razionalità. Ora posso, se voglio, essere generoso con chi voglio, e gretto con chi voglio.
Solo non mi viene molto naturale pensare ai regali, da fare sia durante le festività e le ricorrenze, sia, soprattutto, senza un motivo preciso.
Eppure so bene che è un gesto carino. Specialmente quando non lo si aspetta. Ormai è nella mia testa: se i soldi sono i miei, compro quello che voglio io, e me lo tengo.
Però la società e la mia età mi obbligano a regalare almeno una cosa all'anno. Tipo nei compleanni. Per fortuna poche persone mi invitano alle feste, così devo fare pochi regali.
Inoltre posso giocare la carta del “non lavoro, ho pochi soldi” per giustificare i regali scadenti che faccio.

Peraltro mi dispiace dare via i regali. Quello che compro me lo voglio tenere, in genere perché ciò che compro piace più a me, che alla persona a cui magari sto facendo il regalo, e secondariamente perché io ci ho rimesso i soldi che IO avevo, che IO ho guadagnato.

Ma vabbè... in fondo se mi ritrovo nella situazione di fare un regalo, è perché il ricevente è un personaggio più o meno importante della mia vita... credo.

18 novembre 2011

evoluti?


A cosa ci servono le mani e le gambe, se con la potenza della nostra mente possiamo creare viaggi fantastici, immagini surreali, sogni fedeli, pensieri infiniti, e ragionamenti rigorosi, per cui gli arti sono del tutto superflui?
Le mani e le gambe ci servono solo per tirare pugni e calci. Sono quello che ci rimane del nostro primitivo passato.
Ma che dico? Visto che ancora abbiamo gli arti, e li usiamo ancora per fare della violenza, siamo ancora uomini primitivi, preistorici animali che si esprimono con versi, gesti, e cazzotti!

16 novembre 2011

i Sette e l'economia


Questo post fa riferimento a qualche argomento scritto nel post precedente, “i Sette”.

Mi rendo conto che questo post non è semplicissimo... per questo l'ho separato dall'altro. Inoltre potrebbe essere non molto comprensibile per chi non capisce niente di economia. Non è necessario conoscere gli argomenti come uno studente di economia e commercio al terzo anno, ma basta avere qualche nozione elementare. [microeconomia, macroeconomia, domanda e offerta, mercato, soggetti economici]

L'ipotesi è che un aumento notevole di popolazione (1 miliardo ogni 20 anni) scombini l'equilibrio (peraltro neanche perfetto) tra domanda e offerta di lavoro.
Esempio pratico: la Cina. Pensiamo che le industrie cinesi abbiano in continuazione bisogno di lavoro¹, di operai, ma arriverà un giorno in cui il mercato sarà saturo. In un esempio microeconomico, un'industria tessile si sta espandendo velocemente e continua ad assumere operai. Siccome la popolazione continua ad aumentare, troverà sempre operai che offrono il loro lavoro. Ma mentre la popolazione continua a crescere, un giorno la domanda di questa impresa diminuirà (per esempio, perché i suoi stabilimenti sono sufficienti a produrre abbastanza capi d'abbigliamento da vendere. Se ne produrrebbe di più, sarebbero invenduti), e non assumerà più operai.
Ritornando alla visione macroeconomica, un po' tutte le imprese, piano piano, arriveranno al punto in cui non avranno più bisogno di assumere. Se in quel momento la popolazione continua a crescere, i nuovi (potenziali) operai che si verranno a creare rimarranno senza lavoro.

Formalizzo la mia teoria: il lavoro (leggi posti di lavoro) non cresce proporzionalmente alla popolazione. Quindi se la popolazione aumenta di 1000 unità (anche se sono appena nati, in circa 20 anni diventeranno forza lavoro), il lavoro crescerà in modo non proporzionale: poniamo 400 nuovi posti di lavoro. Dunque di quei 1000 nati, 600 rimarranno senza lavoro.
Con numeri sufficientemente grandi e calcolando il tutto in un periodo medio-lungo il divario forza-lavoro/posti-lavoro aumenterà.

C'è chi dice che devono essere le imprese ad aumentare la domanda di lavoro, che debbano essere loro ad assorbire tutta la forza lavoro.
Il problema non sta nel potenziale delle imprese, bensì al numero di nuove nascite. Io vedo nell'aumento demografico il “problema”² più che altro perché non vedo come possa l'altra parte (le imprese) poter risolvere questo problema. Più avanti mi spiego meglio.

Per inciso: non penso sia giusto effettuare un controllo demografico. Però non vedo molte soluzioni.
Forse il buon senso delle famiglie può venire in contro a tutto ciò. Fare 4 figli conoscendo il rischio che qualcuno di questi rimanga disoccupato è egoismo. O negligenza. Perciò, se i genitori pensano al bene dei figli, si trattengono dal generare nuova prole. In una visuale macroscopica, se tutte le famiglie adottassero questo pensiero, il problema della disoccupazione scomparirebbe. Magari, addirittura, ci sarebbe un eccesso di domanda... ma su questo non mi voglio soffermare.

Il mio concetto di mercato del lavoro è forse troppo semplicistico: l'eccesso di offerta non è dato soltanto dalla sovrappopolazione. Non credo che ci sia un problema dal lato della domanda: i datori di lavoro assumerebbero tutti i dipendenti di cui avrebbero bisogno, se solo gli affari andassero meglio. Un'azienda non assumerebbe mai dipendenti se prima non ha sufficienti entrate da poter sostenere il costo del nuovo personale.
Quindi: introiti → nuovi posti , in quest'ordine.
Nuovi posti aumentano la produttività, la produttività genera altri introiti. Con altri introiti si può assumere ancora. E così via.
É chiaro che il circolo deve essere avviato alla base della ricorsione: favorire i ricavi alle imprese prima di tutto. Ma come?
Alcuni economisti dicono “più consumo!”, altri dicono “gli stati dovrebbero diminuire la pressione fiscale”. Ma no. Non sono un disfattista, ma credo che i governi non ci pensino neanche!
Sia l'aumento di consumo, sia la diminuzione di pressione fiscale sono misure difficili da applicare, e comunque hanno effetti nel medio-lungo periodo. Per questo sostengo che la soluzione non possa venire dalle imprese.
Rimangono le famiglie. Preferisco pensare che il buon senso comune prevalga sull'egoismo e il particolarismo, sennò finiremo come nel 'Mondo Nuovo' di Aldous Huxley... con uteri artificiali che sfornano operai solo quando c'è n'è bisogno.



¹ in economia, in particolare nel mercato del lavoro, il lavoro è dato da operai e dipendenti, in cambio di salario o stipendio. La domanda di lavoro viene dalle imprese, mentre l'offerta dalle “famiglie”. La famiglia è intesa come soggetto economico.
² non voglio identificarlo come 'problema' vero e proprio, ma mi è più semplice definirlo così.

13 novembre 2011

i Sette


Già da prima pensavo che eravamo troppi. Troppi ragazzi, troppi informatici, troppa concorrenza. Troppi in questa città. Troppi in Europa¹. Figuriamoci se pensiamo a quanto siamo piccoli e insignificanti di fronte ad un numero come 7 miliardi.
Non l'avete saputo? Recentemente il genere umano ha raggiunto la strabiliante cifra di 7 miliardi di esemplari viventi nell'intero globo. Ovviamente la cifra è solo stimata perché non ci sono dati certi sulla popolazione di alcuni paesi, soprattutto in quelli del terzo mondo ed in via di sviluppo, ma possiamo concordare tutti tranquillamente che il numero è approssimativamente quello.

Dicevo che siamo troppi.
In alcuni paesi c'è già da tempo un problema di sovrappopolamento (vedi Giappone, India), ma anche nei nostri paesi occidentali il numero di abitanti, seppur quasi stabile, è notevole.
7miliardi è un PROBLEMA. Una cifra così alta mi fa riflettere molto allo spazio sulla Terra, al sostenimento alimentare, e alla questione economica.
E pensate che continuerà a crescere. Nel 2020 saremo 8miliardi (circa, secondo una stima ONU).
Alcuni analisti e demografi sostengono che in un certo decennio la popolazione inizierà a diminuire, ma si parla di 2040-50. Il tasso di crescita è già in discesa da qualche decennio, ma è ancora positivo.
Nota: il tasso è globale, quindi una media dei paesi del mondo. In Europa il tasso è negativo già in questi tempi, mentre in Cina e India il tasso sarà ancora in crescita anche oltre il 2040-50.

Il problema spazio è relativo. Se tutti gli abitati del mondo dovessero mettersi uno vicino all'altro, occuperebbero appena la superficie di Roma. Considerando le abitazioni, occuperebbero la superficie della Francia. È chiaro però che non basterebbero le risorse della sola Francia a sfamare e soddisfare i bisogni di 7 miliardi di esigenti cittadini.
Il 90% della popolazione vive nell'emisfero nord, cioè al di sopra della linea dell'equatore. Se avete presente la disposizione delle terre emerse nel globo, sapete che le terre emerse si distribuiscono per circa il 65-70% nell'emisfero settentrionale e 30-35% nell'emisfero meridionale. Allora mi chiedo: perché questo squilibrio? Per me, una delle ragioni è l'economia. É logico che un cittadino voglia spostarsi dove può vivere meglio: un paese ricco ha ospedali che funzionano, sistemi di politica sociale, abbondanza di cibo e una politica stabile. Caratteristiche comuni a tutti gli Stati del nord a occidente. É quindi l'economia, secondo me, che potrebbe spiegare la strana collocazione di cui sopra. Ma dell'aspetto economico vorrei parlare di più, quindi dedicherò un post apposta.
L'altra questione che mi fa riflettere è l'alimentazione.
7 miliardi di bocche da sfamare sono tante. Almeno metà di queste si nutre con carne o derivati animali. Avete idea di quanto costa alimentare un animale? Tantissimo. Una mucca consuma come 44 uomini². In più deve bere, deve essere curata, deve essere tenuta al coperto. Il costo è influenzato da nutrimento, spazio, personale. Poi concorrenza, volumi di vendita, eventuali macchinari di macellazione (o lavorazione in generale), trasporto, certificazioni del prodotto.
La carne in particolar modo ha un costo enorme. Non a caso è considerata un cibo per benestanti. Nel medioevo solo chi poteva permetterselo aveva carne in tavola a tutti i pasti. Coll'avanzare del benessere e una assestamento del divario economico, ora anche noi 'comuni mortali' abbiamo tutta la carne che vogliamo in tavola.
Il discorso nutrimento è accostabile ad altri consumi il cui andamento è legato alla ricchezza media. Automobili, prodotti di consumo, comfort nelle case, e ovviamente i prodotti cosiddetti “complementari”, come la benzina per l'auto, il gas per la cucina nuova, l'elettricità per i televisori LCD.
Le risorse sono limitate. Facciamo l'ipotesi che, con i consumi attuali, il petrolio si esaurirà tra 50 anni. Se improvvisamente i consumi aumenteranno perché altri 2 miliardi di persone usano l'auto questa risorsa si esaurirà 20 anni prima. Questo per dire che il numero di consumatori rende decisamente più preoccupante il problema della limitatezza delle risorse.

Alle superiori ho studiato un po' di economia. Mi ricordo di un certo Thomas R. Maltus, un economista e demografo dell'800 che ha teorizzato il rapporto che c'è tra cibo e popolazione. Secondo lui, la produzione alimentare cresce in progressione aritmetica mentre la popolazione in progressione geometrica. Quindi periodicamente si verificheranno carestie.
Questa teoria è ormai superata, vista l'efficienza del mercato a reagire alla domanda con un'offerta adeguata. In altre parole, se c'è un aumento di consumi, i produttori riusciranno a soddisfare questa richiesta. Questo è possibile solo grazie al miglioramento delle tecniche di coltura e di allevamento, e al mercato globalizzato (più semplici scambi commerciali tra nazioni e regioni geografiche).
Esiste un neo-malthusianesimo, che ha rivisto la teoria originale di Malthus identificando il problema in una squilibrata distribuzione del cibo, non nella sua produzione. Se ci pensate, non è possibile che muoiano 300.000 persone ogni anno mentre in alcuni paesi c'è un'epidemia di obesità.

L'ultima considerazione che voglio fare riguarda ancora l'alimentazione.
Paesi come Cina e India, i più popolosi e i più in crescita, riescono a sostenere il fabbisogno alimentare perché hanno un'abitudine alimentare modesta. Il reddito medio è basso, e possono comprare pochi cibi, poco costosi. Quando, per il miglioramento del reddito medio, inizieranno a comprare cibi più complessi, costosi (in termini di produzione), e pregiati, e questa diventerà la nuova “dieta” ufficiale, la produzione potrebbe essere insufficiente.
É questa la vera preoccupazione. Anche rimanessimo 7 miliardi, se i 3 miliardi del lontano oriente cambiano abitudini senza che la produzione locale sia pronta a sostenere il fabbisogno, saranno guai.


Vi ricordo che nel prossimo post scriverò di come penso che l'aumento di popolazione sballerà l'economia.



¹ non cito l'Italia perché siamo relativamente pochi, rispetto ad altri paesi europei.
² un calcolo che ho fatto (forse sbagliato). Ho letto che una mucca mangia almeno 22kg di mangimi. Un uomo mangia 0,5 kg di cibo vario. Una mucca mangia come 22/0,5 = 44 uomini. Vorrei sapere con più precisione i consumi di entrambi gli animali, ma non ho trovato dati attendibili. Ancora di più sarebbe interessante sapere quante persone posso usufruire della carne macellata di una mucca.

27 ottobre 2011

Dead is profit


Periodo triste. Muoiono tanti personaggi famosi, di questi tempi.
In realtà, muoiono tante persone, ogni giorno, ogni ora, nel mondo. In alcune parti del mondo muoiono cantanti, in altre parti del mondo bambini. Ovunque signori anziani. Ma i VIP fanno notizia, quando muoiono. E fanno pure soldi.
Premetto di aver pensato alla possibilità della “messinscena”, come nel film “Rock'n'rolla”, in cui un protagonista che faceva il cantante aveva finto la sua morte (per più di una volta addirittura) sapendo bene che con quell'azione avrebbe incrementato le vendite dei suoi lavori. Nel film funzionava. Nella realtà pure.

Ho visto un video in cui uno youtuber filmava il monitor del suo PC mentre era sulla pagina di Facebook di Amy Winehouse, e premeva “Aggiorna” ogni secondo. Il contatore di “Mi piace” aumentava di 100-200 fan ad ogni refresh. Questo ovviamente dopo la sua morte.

Vogliamo parlare della morte di Michael Jackson? E' diventato un affare pazzesco: album che tornano nelle classifiche di vendite, videogiochi basati sui suoi balletti, uscite postume, DVD commemorativi, e ovviamente una quantità indicibile di ore dedicate nei telegiornali ed altri programmi televisivi. Improvvisamente tutti si sono dimenticati delle accuse di molestie e altri sospetti.

Morte è profitto.

Magari questo effetto è direttamente legato all'interesse morboso verso cose sconvolgenti dell'essere umano del nostro periodo (di cui voglio parlare più approfonditamente in un altro intervento).
Ma suona come una giustificazione, non mi piace.

Io vedo ipocrisia in tutto ciò. E molta tristezza, ma non nella morte del personaggio, piuttosto nella falsa solidarietà mostrata da alcuni “comuni mortali”. Vorrei non vedere le pagine su Facebook aperte solo nel momento della scomparsa registrare migliaia di iscritti e post idioti in cui falsi fan si fingono dispiaciuti. Li chiamo 'falsi fan' perché si “ricordano” tardi di essere fan di una persona. O peggio, non sapevano neanche dell'esistenza del defunto, ma avendone sentito parlare in televisione o su internet vogliono unirsi nel finto dolore.

Ma il peggio (ed è questo che mi mette più tristezza) si raggiunge quando si iniziano a spendere parole sul defunto. Capisco l'usanza di non ricordare gli aspetti negativi del defunto, ma non capisco perché sparare balle sulla sua vita!
Prendo ad esempio il buon Steve Jobs. Questo signore non era affatto modesto come si racconta ora. Aveva un certo abnorme ego dovuto all'enorme successo che ha fatto registrare alla sua azienda, visto che era riuscito a far diventare un'azienda di successo quell'azienda che stava per fallire dopo che il suo consiglio di amministrazione lo aveva cacciato. Quasi a buon ragione, si poteva vantare. Non era affatto un uomo semplice e umile, come qualcuno l'ha definito.
Di Amy Winehouse nessuno ha centrato il discorso riguardo la sua cattiva abitudine di farsi di tutte le sostanze stupefacenti che trovava. Eppure un evento drastico come la morte di un personaggio celebre può essere uno spunto per poter introdurre un messaggio contro droghe e abuso di alcool.
Io non guardo la televisione, quindi non so precisamente cosa si è detto sui personaggi scomparsi recentemente. Sono convinto che non sia stato detto tutto. O almeno non sia stato detta la verità. Piuttosto che riportare la verità su un personaggio, si invoca la buona usanza del “rispetto dei morti”.
Sto parlando più nello specifico dei giornalisti. Quando qualcuno ha fatto notare la non coerenza dei servizi con la realtà si sono difesi con “dovevamo rispettare il morto”. Sappiamo come intendono il rispetto... i morti li rispettano invadendo la privacy delle famiglie e degli amici.

Lasciamo stare l'ipocrisia di queste persone, voglio tornare sul tema del profitto.
Perché comprare prodotti collegati a defunti?
Comprare un iPhone non servirà a riportare in vita Steve Jobs, non serve per commemorarlo, non serve per piangerlo, non serve per ricordarlo. Compare la discografia di Amy Winehouse più la raccolta fatta apposta in occasione della sua morte non cambierà il fatto che è sepolta sotto 4 piedi di terra. Guardare il motoGP quando lo si è sempre giudicato noioso non farà tornare in sella Marco Simoncelli. Scrivere sulla pagina fan di Facebook “Addio Michael“ non lo informerà della solidarietà dei suoi sostenitori, e non perché in purgatorio non si può usare Facebook¹.
Profitto. Profitto a tutti i costi. Non esiste il rispetto dei morti². Se voglio creare un videogioco su una persona morta per fare soldi, lo faccio. Poi ci sono 8 milioni di idioti che comprano il mio gioco.
L'importante è far credere che chi è appena morto è sempre stato un buon uomo. Anche se non lo era.



¹ voleva essere solo una metafora, per indicare che dopo la morte, ciò che scrivi su FB non sarà letto dal defunto. Poi dipende: se Jobs era buddhista non è andato in purgatorio. Si è reincarnato.

² non voglio fare morali sul rispetto dei morti. Per quando mi riguarda, io non ho mai compreso appieno l'abitudine dell'uomo a venerare i morti. Mi sembra più sensato il cannibalismo (come rito funebre, come facevano i nativi australiani) che portare dei fiori finti a un uomo imbalsamato o inscatolato.

24 ottobre 2011

Tanto per cominciare.


Preferisco scrivere un post nel blog piuttosto che scrivere la mia descrizione nel profilo, perché ciò che viene scritto nel profilo può essere modificato a seconda dei cambiamenti della mia personalità nel tempo e ciò che era scritto viene perso; mentre se scrivo nel blog i miei pensieri rimangono come una fotografia con una data scritta sul retro.
Non sono molto nostalgico ma mi piace ogni tanto rispolverare vecchie lettere, vecchi scritti, vecchi post su siti, vecchie foto, vecchie conversazioni. Quando rivedo queste cose ho l'impressione che sia stata un'altra persona a scrivere queste cose. Invece sono stato io. Mi sembro molto diverso, molto cambiato. E mi compiaccio. Mi trovo sempre originale.

Quindi, vediamo cosa riesco a dire su di me, oggi.
In questo blog, in questa community mi firmerò come [A]. Nella vita reale sono Antonio.
Sono nato e vivo a Milano. Sono diplomato in ragioneria, ma mi sono sempre interessato di informatica. Tanto che sono studente di Informatica all'università. In realtà sono interessato a molte cose, ma il mio interesse non viene soddisfatto per paura che il mio cervello esploda per i troppi concetti memorizzati o per paura di dimenticarmi le cose importanti che dovrei sapere (che riguardano i miei studi). Poi non si sa mai: mi potrebbero cadere i capelli.
Ho 20 anni. Non me li sento. Quando leggo o sento che ho vent'anni, mi sembrano troppi. Non mi rendo conto di quanti siano. Ci penserò ancora. E magari ci scrivo qualcosa.
Sono un ragazzo piuttosto introverso, e, mi dicono, riservato. In passato avrei aggiunto timido. Potrei dirmi un 'pensatore'. Purtroppo non penso più come una volta, ma mi piace ancora fermarmi a riflettere su cosa sono, cosa faccio, ma ancora di più sul mondo che mi circonda. Sono curioso. Affamato di conoscenza. Ma ho una pessima memoria.
Mi ricordo che sono molto fortunato. E che non so fare descrizioni.

Quello che preferisco dire per descrivermi, è che sono diverso.
Nonostante la diversità, l'unicità che mi sento, sono sempre una formichina nel formicaio che chiamiamo mondo. Cos'ha da dire una formichina al mondo? A chi può interessare? Perché ha aperto un blog?
Quel che voglio far sapere al mondo (senza la pretesa che questo mi ascolti) è la mia opinione, e un po' della mia storia. Magari da confrontare con altri. Il mezzo per farlo è il blog.
Uno scopo secondario è quello di tener traccia dei miei pensieri. Come ho scritto sopra, mi piace riscoprire com'ero in passato. La forma “estesa” di un articolo di blog mi permette di esprimere concetti più complessi di una semplice foto, o di brevi frasi scritte in una chat.
Un altro scopo è quello di far esprimere [V] più di quanto riesca a farlo a parole, con me.
Penso che ponderare bene le parole, trovare quelle giuste ed avere il tempo di pensare a come estendere un discorso sia il miglior modo di comunicare. Scrivendo si può riuscire a raggiungere il giusto livello di efficacia nell'esprimersi.

Qualcuno potrebbe chiedersi cosa significa il nick [A]. Niente di speciale: l'abbreviazione del mio nome unito alla mia recente voglia di creare un nick molto breve.


Ci vediamo nella prossima puntata. Ciao.

21 ottobre 2011

Ciao!


Siamo Antonio e Valentina alle prese con il nostro primo blog: 'Inutili Digressioni', uno spazio in cui i nostri pensieri possano circolare liberamente, senza grandi pretese nell'affrontare i temi più vari, senza particolari cerimonie e ampollosità. Tutto ciò che troverete in questo angolino della rete che ci siamo riservati sarà firmato [A] o [V], vestigia¹ sotto cui, d'ora in poi, ci vedrete.

Buona lettura.



¹ abbiamo volutamente scelto questo termine, perché nella virtualità del blog sarà effettivamente l'unico volto che ci potrete attribuire.


[A], [V]